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Questa è una Clover
fanfiction che ha luogo due anni dopo la fine del volume 2. Contiene qualche
spoiler… penso ce ne sia almeno uno per ogni volume! Non ci sono contenuti
shonen o yaoi… però ci sono un paio di allusioni yaoi disparse qui e là nel
tentativo di pareggiare con il tono del manga.
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Rinuncia:
i personaggi di Clover appartengono alle CLAMP e ai loro associati. In questa
fanfic, solo alcuni dei personaggi minori senza nome sono di mia creazione.
Questa fanfiction è postata esclusivamente a scopo non commerciale.
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Oltre i pannelli di vetro della grande finestra arcuata pioveva incessantemente.
Auto ricoperte di umidità e strade di una dura brillantezza di luce riflessa, e
pedoni vaganti con le mani in tasca, col fiato che si condensava nel debole
brivido dell’aria. Ran stava oltre l’intelaiatura della finestra, a fissare la
strada di sotto. A guardare, sempre a guardare il mondo di fuori. Continuava ad
osservare la strada affollata, anche dopo l’intento iniziale del suo scrutare……
l’alta figura dai capelli biondo-argento nella tradizionale divisa militare
nera, verde e dorata era scomparsa dalla vista ormai da molto.
Gingetsu non era rimasto a lungo nell’appartamento… Giusto il tempo di lasciar
cadere un pacchetto che doveva consegnare. Commissioni, aveva detto. Sarebbe
tornato tra qualche ora. Era un sollievo che le cose stessero tornando alla
normalità adesso. Il Tenente Colonnello era stato costretto in casa da un grave
raffreddore solo pochi giorni prima, e non aveva sopportato la mutua di buon
grado. Ran poggiò una mano contro il freddo vetro metallico della finestra, gli
occhi fissi nel punto in cui colui che si era spontaneamente dichiarato suo
guardiano era sparito. Lì in quell’edificio, fuori dalle mura dell’istituto
dov’era stato cresciuto, Gingetsu era la sola famiglia che conosceva.
Ran dette un debole sospiro, distogliendo la sua attenzione dalla finestra, e
rivolgendola al pacchetto che Gingetsu aveva lasciato per lui sulla sua
scrivania. Conteneva solo un singolo disco da computer, di fattura Azlight. Il
nero rettangolo da 1x1,5 pollici era sigillato in una custodia in plastica
trasparente, priva di qualsiasi etichetta eccetto per un pezzetto di adesivo,
con su le parole “File Icosaedro” scritte con un evidenziatore blu. Ran se lo
rigirò tra le mani, esaminandolo come se l’esteriorità potesse dargli qualche
indizio sui dati contenuti. Gingetsu non aveva detto come era stato ottenuto il
disco, e Ran non aveva chiesto. Gli era solo stato detto che gli Agenti a tempo
pieno del Parlamento ci avevano lavorato sopra per due giorni di fila, e non
erano stati in grado di sbloccare il codice di accesso. Qualunque cosa ci fosse
nel disco, era importante per qualcuno.
Scoprire cosa fosse era diventato il lavoro di Ran.
Ran ruppe la pellicola e aprì la custodia di plastica. La sua mano destra si
levò dal disco, alzandosi brevemente a toccare il cotone della T-shirt nel punto
sopra la sua spalla sinistra. Vi impresse le dita dentro, come se potesse
sentire attraverso il tessuto il tatuaggio che era marchiato lì. Un tatuaggio di
clover. Il tatuaggio di un trifoglio. Estese la mano per tutta la lunghezza del
braccio, e chiuse gli occhi. Poiché era un Trifoglio, uno Stregone dei computer,
avrebbe potuto invocare l’hardware di cui aveva bisogno senza l’uso di un Modem.
Non aveva il potere di un Quadrifoglio, ma per il suo lavoro, non ne aveva
bisogno.
Nessuno aveva più il potere di un Quadrifoglio. Non erano rimasti più
Quadrifogli.
Acuminate schegge di luce bianca si materializzarono nell’aria, allungandosi e
fondendosi insieme, formando conduttori e cavi. Avvolsero la sua mano in un
guanto cibernetico, poi serpeggiarono sopra la sua spalla e attraversarono la
schiena come piante rampicanti distese fino all’altro braccio. Altre schegge si
unirono insieme davanti ai suoi occhi, formando un visore in plastica
trasparente, la cui scura superficie fu rapidamente ricolma di uno scorrere
continuo di dati in brillante scrittura verde. Il disco stesso divenne parte
dell’hardware che crebbe fino a superar di dimensioni la mano che l’aveva
sostenuto.
Ran effettuò un breve ma completo controllo sistema della consolle sulla sua
scrivania prima di aprire il disco, catalogando tutti i programmi e disattivando
tutte le porte esterne. Il disco era stato interamente scannerizzato e
considerato privo di codici pericolosi… ma era Azlight, dopotutto. Le protezioni
che mettevano sulla loro tecnologia erano sempre qualcosa da avvicinare con
cautela. Una volta che i preparativi furono ultimati, Ran estese entrambe le
mani in avanti, i palmi rivolti l’uno verso l’altro come faceva quando creava un
Transfer; e dette al disco un leggero impulso mentale ad aprire il file.
Il codice che proteggeva il file si aprì davanti a lui, componendosi da solo di
triangoli equilateri di luce olografica. Si posizionarono insieme in un sottile
guscio, formando un perfetto poligono tridimensionale nell’aria di fronte a lui.
Un poligono con venti facce. Un Icosaedro.
Ran lo studiò attentamente. Le giunture erano senza incrinature. Ogni lato di
codice che lo componeva era brillante, opaca, perfetta. I dettagli che
permettevano alla struttura di mantenere il suo scudo contro le intrusioni erano
ben nascosti, senza minacce di perdite da nessuna parte. Non c’era da stupirsi
che i criptografi del Parlamento non fossero riusciti ad accedervi. Ran sospirò.
Forse quel lavoro sarebbe stato molto più difficile di quanto aveva previsto.
Beh, non sarebbe riuscito a rompere il punto di accesso solo fissandolo.
Scorrendo le dita guantate sopra la “superficie” dell’immagine olografica, testò
l’integrità del codice di protezione.
La reazione fu completamente inaspettata. Come i suoi pensieri tracciarono i
piani dello scudo esterno, sentì un lieve ma udibile click. Il pezzo triangolare
in cima volò via, e il resto cominciò a sfoltirsi come un fiore, ogni lato
staccandosi e volatilizzandosi nel nulla di sua spontanea volontà. Ran sentì una
tagliente fitta di disagio. Come poteva essere scomparso lo scudo? Alzò la mano
verso i frammenti di codice, per stabilizzarli, solidificarli contro quella
reazione a catena di distruzione… ma il codice era a lui tanto astratto quanto
l’immagine olografica. Quella non poteva essere stata la soluzione, no? Non
aveva neppure FATTO ancora niente…
Il suo sguardo fu catturato e trattenuto dal bagliore che era stato nascosto
nell’Icosaedro, e lasciò che l’ultimo frammento dello scudo gli scivolasse tra
le dita senza neppure tentare di recuperarlo. L’immagine del file era
completamente visibile ora, e Ran la fissò confuso, tentando di dargli un senso.
Un unico fascio di codici incredibilmente compatti, attorcigliato e stretto in
una spirale avvolta su se stessa, si formò al centro dell’area che il poligono
aveva occupato. Ran ebbe giusto il tempo di vederne la forma, e assimilare solo
alcuni dei molteplici caratteri sfavillanti nelle spire esterne del codice,
quando ancora accadde l’inaspettato. Tra un nanosecondo e il successivo, il file
scomparì, dissolvendosi completamente nel vuoto. L’immagine olografica, i
contenuti informativi che l’avevano composta… anche lo stato del disco, che fino
ad un momento fa aveva registrato come “Full”… era scomparso tutto. Cancellato.
Ran fissò il vuoto che aveva ospitato il file, e cominciò ad imprecare
sottovoce.
*****
- Ha un meccanismo d’autodistruzione.
Ran annuì alla valutazione di Gingetsu, spingendo distrattamente gli avanzi del
suo cibo sul bordo del piatto. Non aveva appetito per mangiarne la gran parte. –
Era accessibile ad una persona, e una sola persona. È tutto ciò che ho potuto
vedere prima che sparisse. – Ran sospirò, passando le dita tra le ciocche color
ebano con frustrazione. Era stanco morto, e nelle ultime ore in cui aveva
tentato disperatamente di ricostruire i dati persi gli era venuto un brutto mal
di testa. Non aveva aiutato il fatto che quella stanza fosse confortevolmente
calda.
- Non è rimasta una singola traccia di niente su quel disco. – Ci era rimasto
tutta la sera per finire le diagnosi. - … Nemmeno i resti del codice che
proteggeva il file. Il disco era completamente pulito. – L’infelicità del suo
fallimento gli giaceva sullo stomaco come un grave fardello. Era sempre stato
difficile che fallisse un lavoro. Come aveva potuto svolgere così male quello
lì? – Molte persone hanno tentato di rompere quel codice. Tutto quel che ho
fatto io è stato esaminare il punto d’accesso.
- Quelli di Azlight sono bravi a mantenere i segreti, - disse Gingetsu,
risedendosi alla sua sedia e allontanando il piatto. – Questo file doveva essere
qualcosa che volevano proteggere a qualsiasi costo.
- Hanno fatto un bel lavoro. – Stanco di fissare il suo cibo, Ran passò il dorso
della mano su occhi cisposi e si alzò. – Sparecchio io. Poi dovrò contattare il
Generale Ko. – Si passò distrattamente il polso sulla gamba dei jeans. L’aveva
tolto dalla sua faccia sudata… faceva davvero troppo caldo lì dentro.
Gingetsu lo studiò mentre Ran iniziava a togliere i piatti dal tavolo,
l’espressione dietro le lenti scure fu incrinata da un lieve fremito. – Non hai
un bell’aspetto. – commentò improvvisamente.
“Uh?” Era vero, capì Ran. Quello non era semplice mal di testa o stanchezza
eccessiva. Lui davvero NON si sentiva bene. Le dita gli tremarono leggermente
quando si chiusero attorno al bordo del piatto di Gingetsu. La temperatura della
stanza era ormai ai limiti della sopportazione. Come era diventata così calda,
tanto in fretta?
Un’onda di nausea lo investì, e il piatto di ceramica scivolò dalla sua presa
rigida, per poi cadere in mille pezzi contro il pavimento in duro legno. Ran
barcollò precariamente sui suoi piedi, e improvvisamente si ritrovò a dover
aggrapparsi al bordo del tavolo con entrambe le mani per impedirsi di cadere. La
vista gli si stava offuscando…
- Ran? Ran!
Sentì a malapena le forti mani che si stringevano attorno alle sue braccia,
sostenendolo mentre le gambe sotto di lui cedevano. Tutto attorno a lui si
distorse insieme in un accecante miscuglio di luci, poi tutto precipitò
all’istante e divenne nero.
*****
Kazuhiko si tolse il guanto scuro e bussò pigramente sulla pesante porta di
legno davanti a lui, una porta che non riportava nessun segno di alcun genere.
Aspettò un minuto, scorrendo la punta di uno degli stivali sullo spesso tappeto
che percorreva il corridoio per la sua lunghezza, e attese per un altro minuto
ancora. La sua espressione divenne leggermente confusa, avanzò e bussò una
seconda volta.
Quasi all’istante, vide baluginare la piccola luce rossa LED dello scanner nello
spioncino. Luccicò una volta, dopodiché la porta si aprì, rivelando Gingetsu in
piedi. Il Tenente Colonnello annuì un saluto, poi fece un passo da parte e
lasciò entrare Kazuhiko.
- Ehi. – Kazuhiko oltrepassò l’ingresso fino allo spazioso appartamento. Il
posto era immacolato, come sempre. Non era mai sembrato che qualcuno ci VIVESSE
veramente. Il sole del pomeriggio baluginò in accecanti segmenti di luce
attraverso l’immacolato telo nero e bianco innanzi alle grandi finestre arcuate.
Il tempo fuori era straordinario, il sole era così raro. …Ma lì l’arridente
bagliore sembrava vistoso, piuttosto che piacevole, quel giorno. – Ero nei
paraggi, quindi ho pensato di farvi visita, visto che la scorsa notte mi hai
accompagnato alla sala da concerto. – Gli porse l’involto di carta che teneva in
mano. – Tieni.
- Fiori? – disse il Tenente Colonnello con una vena di sorpresa.
- Sta tranquillo, non sono per te. Hanno bisogno d’acqua, però. – Gingetsu li
prese senza commentare e sparì in cucina. Kazuhiko sentì il rumore del rubinetto
in funzione. Ficcò le mani nelle tasche del suo impermeabile. – Allora, - disse,
andando verso un comò in acero posto vicino all’ingresso della cucina. Dopo un
attimo di contemplazione, alzò la mano e percorse le venature del legno. – Come
sta il caricatore gratuito?
Il silenzio fu più lungo di quanto si aspettasse Kazuhiko. Gingetsu riapparve
nel salotto, i fiori ora contenuti in un semplice vaso di cristallo. Costoso. I
tipi civili non erano semplicemente degni per coloro che avevano un salario
militare. Kazuhiko era fortunato, ad averne risparmiato un bel po’, prima di
ritirarsi.
…O forse sfortunato, dipendeva dal punto di vista. Aveva avuto dei progetti per
quel denaro. Progetti che non prevedevano di lasciarlo in qualche acconto
bancario. Progetti che includevano una famiglia, una vita, felicità…
Tutto ciò era perduto, ora.
Adesso il denaro era lì, eccetto che per i fondi che investiva nelle ricerche
dell’assassino di Oluha. Non aveva ancora trovato la persona. Ma l’avrebbe
fatto. L’aveva promesso a sé stesso. Lo aveva promesso a LEI. Scosse la testa,
rimproverandosi per aver lasciato che i propri pensieri divagassero in quella
direzione.
Non era giusto… che le due donne che erano divenute le più importanti della sua
vita fossero anche coloro che lo erano state per così poco…
- Il dottore è di nuovo con lui, - disse Gingetsu, risvegliandolo dalle sue
riflessioni. Guardò verso la porta semichiusa che conduceva alla camera di Ran.
– Potresti anche vederlo, già che sei qui.
Qualcosa nel tono con cui Gingetsu aveva detto quelle parole spinse Kazuhiko a
guardarlo in modo pungente. L’altro si era già voltato e aveva attraversato la
stanza. Kazuhiko fremette dietro di lui, gli occhi scuri dietro le lenti rotonde
ammiccarono con dispiacere. Gingetsu sembrava… stanco. Kazuhiko non riusciva a
ricordare di aver mai visto quell’uomo così stanco prima di allora. Lo
preoccupava.
C’era un dottore affianco al letto di Ran, un uomo dai capelli bianchi e l’aria
concentrata in divisa militare nera e verde. La sua attenzione era completamente
assorbita dal leggere il pesante scanner medico che teneva in una mano. Molti
cavi e collegamenti spuntavano dalla grande borsa verde e nera che aveva posto
sul materasso del letto. Kazuhiko si fermò sulla soglia.
- Fili di contenimento? – mormorò lui in sorpresa. Guardò Gingetsu con la coda
dell’occhio. – Credimi, questo non mi pare proprio il momento di lasciarti
andare. – Quando non ottenne risposta, scosse la testa. – Ran è una rosa fresca
paragonato a te. Non penserei che ti abbia mai dato dei problemi.
- Non è una mia idea, - disse Gingetsu in un tono curiosamente delicato. Non per
la prima volta, Kazuhiko si ritrovò a chiedersi quale espressione potesse
celarsi dietro quelle lenti onnipresenti. – Il Generale ha insistito.
Kazuhiko rimase sconcertato. – Nonna Ko? Perché?
Gingetsu non rispose.
Preso da uno sconcertante senso di cattivo presagio, Kazuhiko si avvicinò al
letto, facendo il giro della singola sedia posta vicino al bordo di esso. Il
dottore alzò lo sguardo quando si fermò accanto al paziente, ma Kazuhiko a
malapena lo notò, lo sguardo fisso direttamente su Ran. Prigioniero degli spasmi
del delirio, il giovane tossiva senza sosta, gli occhi socchiusi, ma che non
vedevano nulla. La zona attorno ai suoi zigomi era colorata di un profondo
rossore, ma il resto del suo volto era pallido come la cenere, e umido di una
evidente pellicola di sudore. Graziose mani prive di calli si contraevano in
deboli spasmi contro la stretta dei cavi di contenimento. Le unghie della destra
avevano del sangue sotto di esse. La spalla sinistra di Ran era ricoperta di
garze.
Kazuhiko sprofondò nella sedia vicino al letto. Stupido, chiedere come stava il
paziente. Questa malattia era la più grave di tutte quelle che Kazuhiko avesse
mai visto. Il dottore scollegò gli elettrodi dello scanner dal petto e la fronte
del suo paziente, arrotolando i cavi e riponendo il fascio nella sua borsa
medica. Kazuhiko lo guardò andare fino alla soglia e iniziare a parlare a
Gingetsu a voce bassa. – Non ho buone nuove, - mormorò. – Mi dispiace ma il
paziente sta solo continuando a peggiorare. Col vostro permesso, vorrei chiamare
un trasporto medico per l’ospedale… - I due si allontanarono, il resto della
conversazione sfuggì all’udito di Kazuhiko.
Lasciato da solo nel silenzio, Kazuhiko lasciò che il volto mostrasse la
preoccupazione che provava. – Ehi, - disse al paziente esausto sul letto. – Lo
sai che non puoi starmi male adesso. Ti conosco da meno di tre anni. Ho in
progetto di renderti la vita ancora un po’ difficile prima della fine. Non lo
sai che sei la mia scappatoia per l’estero nel caso venissero di nuovo ad
arrestarmi?
Le parole uscirono cupe, anche alle sue stesse orecchie. Ascoltò per lunghi
minuti il filo ininterrotto di parole appena udibili che uscivano dalla gola di
Ran; alcune di esse avevano senso e altre ancora no. …La maggior parte non ne
aveva. – Lo so, - disse piano, - Come deve sentirsi Gingetsu. Vedere qualcosa a
cui ha dedicato la sua vita, qualcosa che ha giurato di proteggere, scivolargli
tra le dita senza che lo si possa fermare. So l’agonia che proverà se tu ti
arrenderai e non combatterai questa cosa. Gingetsu e io… noi siamo uomini
dell’esercito. Siamo abituati a combattere contro ciò che riusciamo a vedere,
cose che abbiamo opportunità di sconfiggere. Non cose come le malattie… o gli
assassini. – Kazuhiko cadde nel silenzio, poi disse lentamente, - Tu sei la sola
famiglia che ha Gingetsu. Non credo che riuscirebbe a perdonarti per essere
morto così presto. - … Poi, in una voce ancora più lieve, aggiunse, - So che una
piccola parte di me non ha ancora perdonato LEI.
Non ricevette risposta, neppure un battito di ciglia. Si schiarì la gola quando
rumori di passi di ritorno risuonarono dal pavimento, e si alzò dalla sedia per
unirsi agli altri nel salotto.
- Il trasporto sarà qui a momenti, - stava dicendo il dottore. – I medici si
occuperanno del trasferimento del paziente, ma li accompagnerò per assicurarmi
che giunga senza problemi all’ospedale.
- Che malattia è? – chiese Kazuhiko al dottore, mentre questo si sedeva sul
bordo di una delle sedie.
- I sintomi sono ingannevoli, - rispose l’uomo. Kazuhiko colse una vena di
frustrazione nella sua voce. – Qualsiasi cosa sia a causarla, non riesco a
trovarla per curarla, e le medicine che ho prescritto in precedenza non hanno
funzionato. Presumo sia una qualche sorta di virus, anche se tuttavia anche
tutte le scannerizzazioni per essi sono risultate negative. Ne sapremo di più
una volta che avremo accesso alle analisi complete disponibili nell’ospedale. –
Sospirò. – Ironico, suppongo, visto che il vostro giovane amico sembra avere una
tale conoscenza in virologia. È uno studente di medicina, per caso?
“Uh?” Le ciglia di Kazuhiko ammiccarono in perplessità. “Uno studente di
medicina? Ran?”
Gingetsu aggrottò la fronte. – Che vuoi dire?
Il dottore parve sorpreso. – Perdonatemi. L’ho sentito menzionare più volte la
parola “Icosaedro” mentre effettuavo le analisi. Non è un termine comune. Ho
presunto stesse parlando di virus.
Kazuhiko vide il volto di Gingetsu impallidire all’improvviso. Il Tenente
Colonnello si alzò in piedi, e andò nella camera di Ran senza dire una parola.
Kazuhiko lo seguì con lo sguardo, lasciando che un’espressione annoiata gli
affiorasse in volto. – Mi è sfuggito qualcosa di importante della conversazione?
– si voltò verso il dottore. – Che vuoi dire, Ran stava parlando di virus?
Il dottore guardò nella direzione in cui era sparito Gingetsu. – Mi stavo
riferendo alla struttura di una particella virale, - disse. – La parte di
“informazione” di un virus, il DNA o RNA, è solitamente contenuta all’interno di
un involucro protettivo. Per molti virus, quell’involucro ha la forma di un
Icosaedro. – Scosse la testa. – Ho sollevato l’argomento solo perché pensavo che
il ragazzo si interessasse di medicina. Non credevo davvero che il vostro amico
ne sarebbe stato tanto scosso…
Kazuhiko si alzò, e consolò il dottore con un sorriso educato. – Scusatemi per
favore, solo un momento. Torno subito.
Trovò Gingetsu davanti ad una delle finestre della camera di Ran, a guardare la
strada di sotto. Kazuhiko aspettò pazientemente, con tatto, vicino al letto del
paziente, finché i cavi di collegamento agli occhiali di Gingetsu, il suo
visore, si smaterializzarono e dissolsero nel nulla.
- Devo andare, - disse Gingetsu. – Guarda Ran per me.
- No.
Gingetsu si voltò a guardarlo con sorpresa. – No, - disse di nuovo Kazuhiko,
prima che il suo amico potesse parlare. – Vengo con te.
- Non puoi, - disse bruscamente Gingetsu.
- Ran è anche amico mio. Posso dare una mano, se il Parlamento me lo permette.
- Non hai idea di cosa si tratti.
- No, infatti. Ma tu sembra di sì.
La mano sinistra di Gingetsu si chiuse in un pugno, e fissò con rabbia
l’assolata strada di sotto dalla finestra.
- Senti, - disse Kazuhiko. – Non devi dirmi i dettagli se non vuoi. Ma la mia
macchina è parcheggiata qua di fronte. Almeno lasciami guidare.
Gingetsu rimase lì a lungo senza parlare. Alla fine scosse la testa sconfitto.
Andò alla scrivania di Ran, e rimosse qualcosa da un driver, facendolo scivolare
nella tasca dell’impermeabile appoggiato allo schienale della sedia mentre lo
afferrava e se lo passava attorno a un braccio. – Andiamo, allora.
*****
Cinque persone si incontrarono nella grande o buia stanza che serviva da centro
operativo per un intero paese. Cinque persone che indossavano cavi elettrici,
microchip, e collegamenti informatici con la stessa naturalezza con cui
indossavano le loro toghe d’officio. Tutti Capi. Tutti Maestri di Magia. Si
inginocchiarono sul pavimento davanti ad un grande emisfero opaco, fissando
attentamente negli specchi che riflettevano passato e presente. … Fuori, due
uomini fumavano, attendendo con inconciliabile impazienza. …Un’anziana donna in
un letto d’ospedale con un dottore dai capelli bianchi chino su di lei, con uno
scanner medico in mano. …Un proiettore grafico che mostrava un ologramma
tridimensionale di ciò che sembrava un insieme incredibilmente complesso di
spire e raccordi anulari, studiati attentamente da un ragazzo adolescente, i
capelli scuri raccolti in un semplice cordino di pelle. …Un altro ragazzo, molto
più vecchio, con gli stessi capelli scuri, era tenuto agganciato ad una
ragnatela di equipaggiamento dei medici militari. …Una fila di scanner medici
segnati con il nastro biohazard giacevano abbandonati su un carrello di metallo.
…Un piccolo disco nero veniva analizzato da una serie di strumenti elettronici
da diagnostica, i quali registravano tutti un messaggio di errore che diceva che
non vi erano dati presenti.
- Si sta diffondendo, - disse uno degli uomini, sollevando gli occhi schermati
dalle immagini nello specchio. La superficie di vetro si oscurò. L’uomo che
aveva parlato riportava un marchio come di un singolo petalo di fiore sulla
fronte. Aveva ricevuto il titolo di primo cancelliere, anche se i titoli non
significavano nulla all’interno di quella stanza.
- L’abbiamo contenuto. – Il quinto cancelliere del Parlamento distolse anch’egli
lo sguardo dallo specchio. Scorse lo sguardo sugli altri, un occhio naturale e
uno cibernetico li fissarono uno ad uno. – Si estende attraverso gli scanner
medici del dottore.
- Può darsi che non sia l’unico. – Il più vecchio di loro, il secondo
cancelliere, chinò il capo in un momento di concerno. – Questo file… questo
virus informatico che può infettare i sistemi biologici… è causa di grande
dolore.
- Il disco, - disse la Generale Ko, - Ci fu portato dai nostri informatori
nell’esercito di Azlight. Il file dovrebbe contenere schematiche offensive e
sviluppo di difese, non questo virus.
- Allora state dicendo, - il primo cancelliere gesticolò verso il suo monitor,
che si era riacceso mostrando il corpo della donna anziana venir portato
nell’obitorio, - Che è stato un errore? Il virus è stato programmato per venir
rilasciato su di noi in un secondo tempo?
- No, - disse la Generale Ko. – E’ stato infiltrato qui come un attentato
d’assassinio. Il file d’accesso era programmato per riconoscere la firma
biologica di un Trifoglio. Nessun altro potrebbe aprirlo. È stato progettato in
modo che quando uno o l’altro Trifoglio lo avessero intercettato, l’encrypt si
sarebbe cancellato da sé, e il virus sarebbe stato assorbito nel sistema nervoso
della vittima.
- Allora ci è stato consegnato per far sì che uno dei Trifogli venisse
eliminato.
- No, - Il terzo cancelliere chiuse gli occhi sotto il peso dell’orribile
notizia che lei doveva dare. – Questo virus opera come un qualsiasi altro virus,
espandendosi per il corpo e sconvolgendo le normali operazioni del sistema; e il
corpo reagisce ad esso come farebbe con qualsiasi altra intrusione esterna.
Questo virus si trasferisce ogni volta che la vittima fa uso di apparecchi
elettronici. Il Trifoglio mi ha fatto rapporto una volta aperto il file. Se non
avesse fatto così prima di cadere al virus in sé, adesso io sarei infetta. Da
me, esso si sarebbe diffuso a chiunque avrei contattato. Sembra che fossimo
tutti loro bersagli.
- Un’epidemia dai piani superiori del governo, dunque. – Il quinto cancelliere
era impallidito. – Siamo fortunati ad averlo scoperto in tempo.
- Sì. – concordò il secondo cancelliere. – Molto fortunati infatti. Anche ora,
siamo sulle tracce dei responsabili. Pare che Azlight potrebbe non essere
l’unico coinvolto.
Il quarto cancelliere, che non aveva preso minimamente parte alla discussione,
guardò verso il Generale. Le sopracciglia aggrottate sopra le lenti che ne
coprivano gli occhi. – C’è anche un’altra domanda. – disse pacatamente nel
silenzio generale, - Quale sarà la sorte del Trifoglio?
Le rughe del volto del Generale Ko si incresparono in profondi solchi di
tristezza. – Stiamo studiando il virus ora, per capire come funziona, come
isolarlo e impedire che si diffonda nel caso riabbia luogo in un altro posto.
Tuttavia… - Chinò il capo per nascondere il dolore sul suo volto agli altri.
- Tuttavia… la cura, se ce n’è una, non farà in tempo a salvarlo.
*****
La stanza d’ospedale era spoglia e buia nelle ore piccole del mattino. Era
silenziosa e piena di ombre causate dalle luci stradali oltre la finestra, e dal
debole raggio di luce che si insinuava da sotto la porta dalla hall. Gli unici
rumori erano leggeri ronzii degli scanner, il lento bip del monitor cardiaco, il
sottile sibilo del respiratore. Tutti i macchinari in quella stanza erano
auto-regolati, tutti collegati a un singolo generatore sul pavimento, attaccate
solo all’unico occupante che giaceva immobile sullo sterile letto d’ospedale.
Una volta che il paziente non avesse più avuto bisogno dell’equipaggiamento,
sarebbe andato tutto distrutto.
Il paziente non era la sola persona nella stanza. Accanto al letto c’era una
sola sedia, e su di essa, un uomo dai capelli chiari in uniforme militare.
Nonostante la scomoda sedia in plastica, la testa china e il respiro lento
indicavano che aveva infine ceduto agli effetti degli ultimi due giorni senza
riposo, e si era addormentato.
Un fiocco di luce ed ombra si manifestò da sé nello spazio vuoto all’interno
della porta. Serpeggiò lungo il pavimento e si levò da solo in spire e raccordi
anulari come una complessa fonte, fino a formare il profilo lucente di un essere
umano. Gli estremi del fiocco s’incurvarono, cadendo e fondendosi fino a formare
una completa persona. Un semplice cappotto nero e larghi pantaloni senza segni
di identificazione, capelli scuri legati in una singola coda, lineamenti
facciali che indicavano un’età attorno ai quindici anni. La persona girò attorno
al dormiente sulla sedia, fino al bordo del letto, abbassando lo sguardo
sull’occupante in coma con un’espressione di invisibile, quasi triste
contemplazione. Con un profondo respiro, come se giunta a una difficile
conclusione, la figura alzò la mano per poggiarla sulla pallida, calda fronte
del giovane che lì giaceva, così fermo e silenzioso.
Il polso disteso fu bloccato a mezz’aria prima che le dita potessero aver
contatto. – Non lo fare, - disse una voce severa.
Spaventata, la persona alzò lo sguardo, gli occhi di un colore indeterminabile
nel buio della stanza si fermarono su Gingetsu nel momento in cui il Tenente
Colonnello alzò la testa. Le dita attorno al polso si strinsero un attimo, un
breve spasimo di sorpresa, prima che la mano mollasse la presa.
- Su.
Quegli occhi si abbassarono verso il pavimento. Verdi, dovrebbero essere. Ma se
Su aveva perso il colore biondo-bianco dei capelli di morbido lino, allora anche
i suoi occhi avrebbero dovuto essere alterati. – Speravo che non ti svegliassi,
- disse piano.
Gingetsu non rispose.
Su alzò di nuovo lo sguardo su di lui. – Ti aspettavi qualcun altro.
Era vero. Gingetsu aveva sperato, per la felicità di Ran… ma no. Era stato
sciocco da parte sua pensare che sarebbe venuto il fratello di Ran. E comunque
non c’era niente che A potesse fare, eccetto che dire addio. – Non dovresti
essere qui, - disse.
- Ran è mio amico. – Su toccò il sottile lenzuolo accanto a una delle pallide e
immobili mani, scorrendo le dita lungo le pieghe. – Ci siamo incontrati solo una
volta. Ma mi ha aiutato quando non era obbligato. Entrambi voi mi avete aiutato.
Se non fosse stato per questo, non sarei mai arrivata al Fairy Park.
I grandi e scuri occhi di Su si sollevarono fino a fissarsi sul volto di Ran. –
Sai cos’ho sentito, al Fairy Park? – Non parve aspettarsi una risposta, e dopo
poco, rispose lei stessa.
- Ho sentito cantare.
Lo sguardo tornò su Gingetsu. – Il Parlamento ha sbagliato a credere che solo in
questo paese ci fossero dei Clover. Ce ne sono altri, in altri posti. – Quegli
occhi senza espressione parevano guardare oltre il riflesso protettivo delle
lenti di Gingetsu e guardar direttamente nella sua anima. – Esiste davvero un
posto nuovo e lontano. È un posto dove chiunque sia un Clover può essere al
sicuro… inclusi tu e Ran.
Gingetsu si levò lentamente in piedi. Torreggiò sulla piccola figura di lei, con
espressione e postura impassibile. – Non saresti dovuta venire. – disse, la voce
perfettamente neutrale. – Questo incontro sarà riportato.
- Sì, - disse Su, - Lo sarà. Ma quella che chiamate Generale sa più di quanto
credi. Ciò che hai da dire non la sorprenderà molto.
Gingetsu la studiò a lungo. – Sei diversa dall’ultima volta che ci siamo
incontrati, - disse infine.
Su rispose con un piccolo sorriso. Guardò verso la finestra, al cielo notturno
all’esterno. Le stelle parevano molto luminose. – Nessuno può controllare un
Quadrifoglio, – disse piano.
- E’ per questo che deve imparare a controllarsi da sé.
Lei chiuse gli occhi. – Ho sempre pensato che Ran fosse fortunato ad averti… ad
avere qualcuno che si curasse di cosa potesse capitargli. La mia stessa famiglia
non si è mai interessata di cosa mi potesse succedere. L’unica a cui è mai
importato era Nonna Ko, e poi Oluha… e le poche persone che ho conosciuto fuori
una volta sola… tu, e Ran, e Kazuhiko… Kazuhiko… - la sua voce vacillò. Gli
occhi si aprirono, e ancora una volta si fissarono su Gingetsu.
- Amo ancora Kazuhiko, - disse. – Potresti dargli un messaggio? Gli diresti
“Tornerò da te”? Ci sono molte cose che ci separano… età, distanza, dovere. Lo
so che potrebbe vedermi solo come una bambina. Ma… - Quello sguardo liquido e
buio fu improvvisamente pieno di luce. - …Sto crescendo.
Dopo un momento, Gingetsu annuì lievemente. – Glielo dirò. – disse. – Ma è stato
un motivo stupido per venire.
- No. – Su alzò la mano e pose gentilmente il palmo contro il petto di Gingetsu.
– Non è stato stupido, perché non è quello il motivo. Sono venuta per Ran.
Un Quadrifoglio era il più potente… temuto dai maestri di magia, perché anche un
maestro non poteva controllarlo. Un Quadrifoglio potrebbe fare qualsiasi cosa.
Gingetsu si costrinse a lasciar uscire il fiato che gli si era bloccato in gola
all’improvviso quando era giunto a quella conclusione. – Tu puoi aiutarlo.
Su sorrise. Era una nota e misteriosa espressione, sulla sua pallida pelle una
promessa di bellezza. In un altro anno o due, sarebbe stata mozzafiato. – Ci
rincontreremo, credo. Non posso restare a lungo, ma dovrebbe essere abbastanza.
– Si sedette sul bordo del letto, e portò la mano ad accarezzare gentilmente la
fronte di Ran. A bassa voce, cominciò a cantare.
- So take me
to a true Elsewhere
wet feathers
locked fingers
melting flesh
fusing minds
take
I want happiness
Not your past
But your present is what I seek
carefully winding back its fragile thread
I want happiness
and the happiness of others who can share it.
*****
Note d’autrice:
Fiuu--! Bene, questa fic ci ha messo un bel pò a prendere la sua forma finale!
Capperi, i personaggi di Clover sono MOLTO più difficili da usare nei dialoghi
che quelli di qualsiasi altra serie CLAMP! ^^
I numeri dati ai membri del Parlamento sono solo un semplice modo per
identificarli, senza dover dar loro una descrizione ogni due righe. (il generale
Ko sembra essere l’unica ad avere un titolo o un nome… O_O ah già anche Shu… beh
pazienza nn ho voglia di correggere tutto…) Questo sistema arbitrario è basato
sui simboli che hanno tutti loro sulla schiena delle toghe; tre linee complete
sono il primo cancelliere, tre linee frammentate il quinto cancelliere. Visto
che il potere nel Parlamento sembra distribuito in modo equo, i numeri non
intendono essere di alcuna indicazione di rango o status. |